La crisi economica che dalla fine del 2007 attanaglia le economie mondiali era già prevedibile, anzi scritta, in tempi precedenti. Le bolle speculative sono in realtà “bolle di sapone” e sono destinate inevitabilmente a scoppiare, lasciando solo gocciole appiccicose. Ma se tutto era prevedibile, perché cosiddetti autorevoli economisti non hanno fatto adeguate previsioni, senza essere Cassandre? Per la verità, alcuni pochi seri studiosi e analisti, avevano anticipato i rischi incombenti, non certo ultima la Banca d’Italia. Basta leggere interventi e relazioni del Governatore Draghi, che non si è certo risparmiato in puntuali ammonimenti. Quindi, senza fare di ogni erba un fascio, vien da chiedersi: ma che cosa hanno fatto gli economisti, soprattutto d’Oltreoceano? A crisi scoppiata, qualcuno si è stracciato le vesti, recitando mea culpa, altri hanno taciuto passando a tesi opposte, altri, i pochi avveduti, non sono stati ringraziati per le loro previsioni.

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In un articolo sul “Sole-24 ORE” 15 corr. un noto economista domestico lamenta che la Bce sia più sensibile al controllo del tasso di inflazione che alla stabilità degli equilibri finanziari. Si possono fare più considerazioni sul tema, ma almeno due sono rilevanti: a) il tasso di inflazione in Europa è già sul filo del rasoio del 2% e non vi sono prospettive di diminuzione in futuro, nonostante la stabilità, sul basso, della domanda. Peraltro, è pur vero che alla Bce è stata demandata la gestione della politica monetaria, ma la priorità è la difesa del potere di acquisto dell’euro, cioè il controllo e la gestione del tasso di inflazione; b) per salvare gli equilibri finanziari delle banche, compromessi dalla crisi del 2008 e ancor più da dissennate operazioni speculative sui derivati, la Bce ha già immesso una enorme liquidità monetaria, per la quale ora servirebbero politiche di sterilizzazione, con la conseguenza di ritocchi al rialzo dei tassi d’interesse, che, comunque, già da sé sono tendenzialmente in salita. Pretendere di più dalla Banca centrale di Francoforte è chiedere politiche che non sono consentite dalla delega ricevuta, anche se la stessa ha recentemente lamentato una inadeguatezza di poteri, che non auspico vengano concessi, perché si finirebbe per cumulare o comunque mescolare la funzione di regolazione monetaria e difesa contro i rischi di inflazione con interventi su politiche di bilancio, la cui responsabilità di risanamento deve essere lasciata ai singoli stati aderenti.

Invece, il suggerimento  di quell’economista domestico è di dare priorità agli equilibri finanziari, per i prezzi si vedrà poi. Chiediamoci invece che cosa significa “equilibri finanziari” e di chi. Chiaramente delle banche e delle istituzioni finanziarie. Potrebbero rispondere da Francoforte: “abbiamo già dato”. Potremmo porre noi il quesito: perché sono saliti in termini irragionevoli e a domanda stagnante alcune fondamentali commodity e perché è scoppiata in alcuni paesi, e non è finita, la guerra del pane? Sappiamo che la causa è la ripresa a gonfie vele della speculazione, che è finanziata dalle banche quando non sono le stesse a farla in proprio. Sono questi gli equilibri finanziari che bisogna tutelare per primi? Che la crisi sia stata causata prevalentemente da squilibri finanziari può essere una spiegazione. Se lo è, bisogna intervenire non sui tassi di interesse o sulle masse di liquidità monetaria, ma impedendo la speculazione. Questo tutti lo dicono a parole, ma non con i fatti e non sta alla Bce occuparsene, anche perché senza accordi internazionali non se ne viene a capo. Sono state fatte varie proposte, compresa l’istituzione di una Tobin tax, che lo stesso inventore, il premio Nobel Tobin, riconobbe, con grande onestà intellettuale, non attuabile. Occorre agire con proibizioni severe e sanzionate, perché il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Inoltre, non bisogna dimenticare che vi sono anche altre cause, oltre alle finanziarie, che hanno determinato la crisi e sono nei processi produttivi manifatturieri e in errori imprenditoriali. Se così non fosse, come si spiegherebbe che vi siano imprese che non risentono della crisi o ne escono più rapidamente? Per chi vede solo finanza, questo non è percepito.

La crisi economica ancora in atto, come tutte le precedenti, è un guaio mondiale, ma, almeno, può dare un frutto, che bisogna cogliere: i greci intendevano per krisis “separazione”. Ma, per separare il prima dal dopo, occorrono cambiamenti radicali, che non devono limitarsi alla sola finanza, ormai abbastanza screditata nei suoi eccessi, ma devono estendersi all’intera economia, compresa una maggior sobrietà della spesa pubblica, dilagata invece in modo dissennato, e per i privati  al modo di fare impresa. Dopo ogni crisi, il mondo non è mai come prima e sono necessari cambiamenti. Il problema è come gestirli.