Come reagisce un telespettatore a certi dibattiti organizzati da un conduttore facinoroso che aizza quattro blateroni rappresentanti di formazioni politiche diverse, che concionano tutti insieme, cercando di darsi l’un l’altro sulla voce in un crescendo di tono? Non conosco i metodi demoscopici per stabilire le udienze, ma penso che i dati statistici siano falsi e veri, invece, tanti colpi di clic o di sonno. Qualcosa di analogo sta accadendo tra i predicatori di FMI, FED, BCE e Giappone, che da quattro pulpiti diversi dibattono sulla “crescita” dell’economia mondiale, gli ultimi tre pensando alla propria. Che dicono? a) FMI: l’economia americana rischia la crescita zero; quindi, l’economia europea deve sostituirla nel traino e per farlo deve tagliare i tassi di interesse, affinché sia garantita la crescita dell’economia mondiale. Il Fondo ha pesantemente accusato la BCE, restia a calare i tassi, poi, il 28 aprile, ha fatto marcia indietro, così, tanto per dimostrare la propria coerenza o, meglio, la credibilità delle proprie analisi sull’Europa! b) FED: l’economia americana ha rallentato la crescita, ma non è recessione; intanto taglia tassi e tasse. Non sempre lo dice espressamente, ma tende a pilotare un atterraggio morbido del dollaro, per agevolare le esportazioni americane, comprimendo l’eccesso di import anche causato dal dollaro forte. Delle ricette del FMI se ne fa un accademico “baffo”, anche perché, con quel che costa alla comunità internazionale, quell’organismo non ha saputo sin qui trovare ricette nuove per un’economia internazionale in cambiamento e non ha dimostrato di saper avvertire e intervenire preventivamente nella crisi delle economie asiatiche del 1997; c) BCE: l’inflazione, che ha rialzato la cresta, è la bestia nera che spinge a non tagliare i tassi; ovviamente perché i paesi aderenti all’euro non sanno o non vogliono mettere in atto politiche fiscali alternative, come la riduzione delle spese pubbliche, che sarebbero impopolari e non coerenti con gli attuali governanti europei prevalentemente populisti. Altrettanto ovviamente, la colpa è di Duisemberg, che sarebbe psicologicamente schiavo del retaggio della politica monetarista restrittiva del marco tedesco. Tutti sembrano dimenticare che Duisemberg è uno “tosto” più che teutone, non è uno schiocco, non è da solo al governo della BCE ed è prossimo a lasciare, quindi poco incline a una incoerenza con se stesso e con la politica della BCE, che poi non è nemmeno politica, ma è nello statuto della banca centrale europea: primo, difendere la stabilità dei prezzi a ogni costo (“primo pilastro”), poiché la crescita dell’inflazione trascinerebbe un maggior aumento successivo dei tassi di interesse, così realizzando l’effetto opposto a quello preconizzato dal Fmi. d) Giappone: i samurai sono alle corde e non sapendo che pesci pigliare cambiano il governo, dimenticando che debbono cambiare i giapponesi. La gente continua a non consumare lasciando languire la domanda interna; quindi, se quella estera va a rilento, il Giappone è in crisi. La politica di tanti anni di tassi di interesse zero non è servita a nulla e non ha insegnato nulla nemmeno ai testoni del FMI. E pensare che fino al 1992 il Giappone era sul punto di comprarsi l’America! Che ne è delle sue mega fabbriche automobilistiche, mega banche, mega grandi magazzini? Montagne di debiti! Non ci si rende conto che i giapponesi fino agli anni Settanta copiavano male, fino al 2000 copiavano bene. Ora è finita l’era della “copia”, bisogna inventare e qui casca l’asino giapponese! Come si vede ognuno ha le sue buone ragioni, che, prese in sé, sono condivisibili. Ma ciò che fa sorridere è la ricetta intorno alla quale girano tutte le terapie: i tassi di interesse. La scienza economica sembra non aver saputo suggerire altro che alzare o abbassare i tassi di interesse come fossero paratie mobili sul fiume per regolare il flusso delle acque. Si noti che, come la medaglia ha due facce, ma è sempre una, anche la manovra dei tassi di interesse è sempre una, sia quando si alza la paratia e sia quando si abbassa. Ebbene, in questi giorni un economista nostrano prestato a una istituzione internazionale rilascia un’intervista in cui dichiara, a proposito della resistenza della Bce ad abbassare i tassi: « Basta con le ricette da vecchia Bundesbank ». Incapaci di comprendere tanta coerenza di pensiero, noi ci chiediamo: ma abbassarli o alzarli non fa parte forse della stessa politica monetaria? L’esperto non risponde, così come tace il FMI, presso il quale non si sa quanta udienza trovino i potentati finanziari internazionali, che nella speculazione al ribasso trovano, in genere, massimo business. Ritengo sia, invece più serio chiederci, visto che è il fine di tutti questi discorsi: che cos’è “crescita”? Crescita è incremento, da un anno all’altro, della produzione dei beni. Nessun uomo di buon senso può negare l’importanza e l’utilità di questo fenomeno tipicamente occidentale, che può essere il motore dello “sviluppo” anche dei paesi, che ancora non avendolo ottenuto, sono detti appunto “sottosviluppati”. Ma la crescita può essere un fenomeno illimitato e perpetuo? Non dimentichiamo che crescita è sempre riferito al collettivo (popoli, nazioni, economie statuali, ecc.), mentre ciò che conta è la crescita pro-capite e non per insano egoismo, ma perché serve a poco che cresca l’economia nazionale fine a se stessa e non quella degli abitanti, a meno che non si intenda destinare l’incremento agli armamenti o allo sperpero pubblico, il che è peggio che non crescere. Non dimentichiamo che la “crescita”, come è generalmente oggi intesa (o meglio: malintesa), è figlia della crescita perpetua della popolazione, della tecnologia e delle esternalità (per esempio: i rifiuti, ma di questo è sconveniente e impopolare parlare). Una banale osservazione: la crescita è un valore assoluto, quella pro-capite è invece un rapporto con la popolazione al denominatore Dov’è lo sviluppo se il denominatore è ignorato? Questi quattro pulpiti sembra non se ne ricordino. Articolo pubblicato in “ItaliaOggi” dell’11 maggio 2001.