Scrisse Antonio Gramsci, che aveva la politica nella testa e non nel portafoglio: « Uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l’efficienza della vita pubblica del nostro paese, è la mancanza di fantasia drammatica.» Il giudizio è in “Scritti giovanili” e appartiene al momento più vigoroso, ma non certo immaturo del pensatore sardo, che non si vergognava del suo essere italiano, non solo perché si preoccupava dei caratteri del popolo, ma per quel romantico e risorgimentale “nostro paese”, ove “nostro” non è un aggettivo possessivo, ma “collettivo” e venato di nazionalismo. Gramsci non era un cittadino del mondo. Amava la sua terra sarda con tutta la nostalgia dell’assente, come esprime ogni pagina delle “Lettere dal carcere”. Se incontrasse oggi uno dei tanti suoi nipotini, incoerenti, ignoranti, infarciti di indigesto neoliberismo, incapaci di un qualsiasi pensiero, non dico “rivoluzionario”, diventato improponibile, ma nemmeno di cultura storica, direbbe che manca non la fantasia drammatica ma la politica, il che è tragico.