Attiro l’attenzione dei lettori del “Dialogo” su un fenomeno di bilancio che, sicuramente, avrà sviluppi interessanti. Il fatto è semplice e ricorrente nella pratica; un po’ meno l’impostazione che è stata data al caso concreto. Si deve ricordare, come premessa, che quando una società acquista titoli, sostiene un “costo” e deve dichiarare la finalità dell’operazione: alternativamente di investimento o di temporaneo impiego. Nel primo caso il valore dei beni sarà classificato nelle “Immobilizzazioni finanziarie”, nel secondo nelle attività costituenti il capitale circolante. La dichiarazione formale non è richiesta “subito”, perché se la società rivende a breve scadenza i titoli e il ciclo acquisto-vendita si compie nello stesso esercizio, è implicito che l’acquisto era stato fatto per finalità di trading. Ma, se la fine dell’esercizio coglie gli amministratori a ciclo ancora aperto, diventa inevitabile sciogliere la riserva e dichiarare formalmente – in genere con delibera dell’organo collegiale – le finalità dell’impiego. La classificazione non è fenomeno meramente formale, perché nel primo caso il criterio di valutazione è il “costo”, mentre nel secondo è il minore tra il “costo” e il valore corrente di mercato alla data di chiusura. Se il valore è aumentato, i due criteri coincidono, ma se è diminuito, i titoli iscritti tra il capitale circolante “devono” generare una “minusvalenza”; se iscritti tra le “immobilizzazioni finanziarie” possono mantenere il valore di “costo” contabile. Gli esperti ben sanno che la legge non impone una scelta definitiva, nel senso che non si applica in modo rigido il brocardo “electa una via non datur recursus ad alteram”, sicché è possibile che una pacco di titoli sia acquistato nel corso dell’anno x, che alla chiusura siano stati considerati tra le attività del capitale circolante e che nell’anno x+1 il consiglio di amministrazione deliberi di cambiarne la destinazione a “immobilizzazioni finanziarie”. Questa possibilità è ampiamente sfruttata soprattutto dalle banche, che si trovino in portafoglio masse di titoli da svalutare con rilevanza formale e sostanziale di minusvalenze stravolgenti del bilancio, mentre con una riclassificazione la valutazione può essere mantenuta al “costo storico”. Ricordo il fenomeno “di massa” dell’esercizio 1992 e di altri periodi di crack borsistici. Non è mai mancato il beneplacito dell’Istituto di Vigilanza, che vede nella pratica un modo per evitare scossoni ai bilanci bancari, nell’interesse dell’intero sistema. Sono fatti, comportamenti e possibilità ben noti e, all’occasione, ampiamente attuati. Ma veniamo al fatto concreto, che ha avuto vasto risalto sulla stampa e merita attenzione anche futura, perché costituirà un “caso”. Una grossa banca italiana acquista nel 1999 parecchie centinaia di miliardi di titoli di una società straniera, forse per farne trading. A fine esercizio la rivendita non è stata possibile, perché, intanto, la quotazione di borsa è crollata. In sede di bilancio, data la classificazione tra il “circolante”, gli amministratori avrebbero dovuto registrare una minusvalenza di oltre 100 miliardi. Però se ne dimenticano tutti: amministratori, sindaci e società di revisione. Il bubbone scoppia a esercizio 2000 inoltrato e bilancio 1999 ormai “sigillato” e, allora, si apre la corsa al “si salvi chi può”, perché sullo sfondo si delinea, come un occhio del “Grande Fratello”, l’onnipresente art. 2621 cod. civ. sulle “false comunicazioni sociali”, che toglie il sonno ad amministratori, sindaci e direttori generali di società anche in buona fede, per l’impiego che la magistratura fa della “interpretazione evolutiva” su quella norma e l’attivazione dell’azione da parte del P.M. senza bisogno di impulso di parte. Che fanno gli amministratori di quella banca? Innanzi tutto deliberano immediatamente una riclassificazione dei titoli tra le “Immobilizzazioni finanziarie”, nell’intento di legittimare, seppur tardivamente, il mantenimento del criterio di valutazione al costo. Pare che in quella voce di bilancio dovrebbero rimanere fino al 2014, anno di estinzione dei titoli stessi da parte dell’emittente. “Campa cavallo”! Ma il fatto più curioso è che il consiglio di amministrazione della banca ha deciso di intentare azione legale alla società di revisione, che ha certificato il bilancio 1999. Al lettore delle note di stampa, che riferiscono gli avvenimenti, viene il dubbio che vi sia una qualche contraddizione tra la pur tardiva classificazione nelle “Immobilizzazioni finanziarie” – che legittimerebbe il mantenimento del criterio del costo senza obbligo di rilevare minusvalenze – e una causa per danni ai revisori per non aver imposto di rilevare la perdita. Un tempo, quando la filosofia era una cosa molto seria, si parlava di necessità di rispettare il “principio di non contraddizione”; oggi si dice “delle due l’una…”, ma il significato non cambia. La nostra attenzione sullo sviluppo degli eventi è vigile, perché il fenomeno più attraente non è tanto quello del diritto quanto l’antropologico. Purtroppo non è ancora stato inventato il “giubbotto antiproiettile” per amministratori e sindaci; a meno che un’amnistia o uno ius superveniens con possibilità di applicare il favor rei… Chi vivrà, vedrà!